martedì 20 giugno 2017

The Handmaid's Tale - Il racconto dell'ancella

Quali brutture è in grado di produrre l'umanità quando il fanatismo ideologico o religioso dilagano e prendono il sopravvento? L'abbiamo visto fin troppo bene in Europa con i nazionalismi del XX secolo, lo vediamo e lo stiamo subendo oggi a livello internazionale e forse, purtroppo, potremmo vederlo ancora in futuro.
Ecco perché The Handmaid's Tale (Il racconto dell'ancella), la serie tratta dal romanzo della scrittrice canadese Margaret Atwood, tempo fa l'avrei vista con occhi diversi. Oggi fa impressione; una storia scritta trent'anni fa e riadattata per i nostri tempi, che racconta l'avvento negli Stati Uniti di una teocrazia di fanatici cristiani i cui teologi fanno applicare in modo distorto alcuni precetti biblici tratti dalla Genesi. Razzismo e misoginia hanno infettato la società con una perdita progressiva delle libertà personali, erose impercettibilmente giorno dopo giorno fino alla sospensione della Costituzione. Il Canada rappresenta l'unica via di fuga verso la salvezza dove gli americani dissidenti possono godere dello status di rifugiati.
Come ha detto in un'intervista la scrittrice «nulla che il genere umano non abbia già commesso, da qualche parte nel mondo e in qualche periodo della storia» In un modello distopico che ricorda in diversi aspetti quello orwelliano, ritroviamo infatti un repertorio di orrori che purtroppo abbiamo già conosciuto nella nostra Storia: le deportazioni nei campi di lavoro, la repressione delle minoranze, lo Stato oppressivo dei paesi dell'Est di sovietica memoria, la capillarità della rete dei delatori, qui denominati occhi, la statalizzazione del corpo delle pochissime donne fertili: le ancelle, obbligate al servizio presso le famiglie appartenenti all'elite governativa con l'unico scopo di procreare per loro. Una sorta di congrega di giovani donne, sottomesse e costrette a vestirsi con tonache rosse. 

Il racconto dell'ancella inizia subito con la fuga e la cattura di June, separata dalla figlia e dal marito per poi essere destinata, dopo un periodo di rieducazione, al servizio presso una coppia sterile. Dalla sua narrazione con l'innesto di numerosi flashback vengono ricostruiti i dieci anni di storia che hanno portato alla deriva della società: guerra civile, inquinamento, malattie, fino al rischio dell'estinzione. Nella stesura originale del romanzo si apprende la sua storia grazie al ritrovamento, due secoli dopo, delle cassette con le sue registrazioni trascritte dagli storici che stanno studiando quel periodo storico ormai lontano. Elisabeth Moss (la detective di Top of the Lake) è la protagonista con un'interpretazione straordinaria per la sua capacità di esprimere la ribellione soprattutto nei piccoli gesti. Un impatto visivo devastante con una cura dei dettagli che fa la differenza e una verosimiglianza al mondo reale che mette veramente angoscia; allo stesso tempo affascina in modo ipnotico e ti travolge.
Altro protagonista è Joseph Fiennes nel ruolo del comandante che in un'intervista ha detto: La domanda non è se la serie sia sfacciatamente politica: certo che lo è, quello che conta è che non si riveli una profezia. Prodotto da Hulu, ma ancora inedito in Italia. E adesso magari passiamo a qualcosa di più spensierato in sintonia con l'estate che sta esplodendo.









LEGENDA VOTI

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venerdì 16 giugno 2017

Potere della settima arte: autobiografia cinematografica #1

Negli anni '70 nel piccolo paese in cui sono cresciuto c'erano ben tre sale. Io abitavo in un appartamento che si trovava proprio di fianco all'ingresso del glorioso Cinema Italia dove fin da bambino ho trascorso tutte le domeniche pomeriggio.
Che cosa ci porta ad amare un film per poi elevarlo nel corso degli anni allo status di cult personale? Nella lista che segue mi sono divertito a tracciare un percorso che in quattro fasi attraversa idealmente la passione per il cinema con le visioni che per differenti motivi hanno contribuito alla mia formazione.

ADOLESCENZA (CON TANTA FANTASCIENZA)
  • 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (Boris Sagal - 1971) 
    Charlton Eston, ultimo sopravvissuto ad un virus planetario, ha acceso fin da ragazzino la mia fissa per il genere post apocalittico; da allora non ne perdo uno (ciofeche incluse).

  • 2001 Odissea nello spazio (Stannley Kubrick - 1968) 
    Devo averlo visto a 12-13 anni al cinema parrocchiale senza capirci una mazza. Eppure quelle immagini, quella musica, qualche effetto l'hanno avuto...

  • Arancia Meccanica (Stanley Kubrick - 1971)
    Ero già più grandicello (16-17) e ne uscii traumatizzato, frastornato, ma soprattutto affascinato. Un colpo di fulmine e l'inizio di un amore assoluto per un genio.

  • Harold e Maude (Hal Ashby - 1971)
    Un toccasana per chi nell'adolescenza ha ben presto manifestato insofferenza verso l'omologazione e l'autorità.

  • Novecento (Bernardo Bertolucci - 1976)
    Le nuove uscite arrivavano nelle sale di paese un paio di anni dopo la prima visione. Questo film alla soglia dei 18 anni è stata un'esperienza formativa.

  • Tommy (Ken Russel - 1975)
    La scoperta che il connubio musica e cinema poteva generare una miscela esplosiva. Allucinato dal vortice di immagini al ritmo della musica degli Who. Da questo film, da Il fantasma del palcoscenico, Jesus Christ SuperstarHair e Rocky Horror Picture Show (visti più tardi) è nata l'esaltazione per i musical.

via


domenica 11 giugno 2017

1977

Le note autobiografiche di questo blog (che in giugno compie 9 anni) riportano in estrema sintesi: I grew up in the 70's between flower-power and punk. Un decennio di contraddizioni e grandi trasformazioni per gli adolescenti di allora, nati in pieno miracolo economico e poi cresciuti negli anni di piombo.
Il 1977 è l'anno di rottura: il primo gennaio finisce ufficialmente Carosello e la Rai inizia le trasmissioni a colori! Battute a parte e riferendomi alla musica, a Londra esplode definitivamente il fenomeno punk che in Italia come sempre attecchisce in ritardo: i primi emuli li vidi due anni dopo quando abitavo e studiavo a Bologna ad un concerto dei Gaznevada. 
Tornando al nostro anno, ecco una selezione dei 12 album preferiti sulla teiera volante. Ce n'è uno che non mi stanca mai e periodicamente rientra nelle rotazioni dei miei ascolti. Ne ho già parlato qui.



martedì 6 giugno 2017

Tutto quello che vuoi

Il valore della memoria storica; la forza della parola e il suo potere evocativo: che sia scritta, orale o sotto forma di poesia incisa sui muri di una stanza come si racconta nel terzo film di Francesco Bruni.  

Per guadagnare qualche euro, un ventenne coatto trasteverino accetta di fare da accompagnatore ad un anziano poeta ormai dimenticato, affetto da Alzheimer, grande intellettuale e amico di Pertini. Un abisso tra i due per età, formazione culturale e linguaggio. Su questo contrasto si innesta l'abilità del regista (già sceneggiatore per Virzì) nel costruire con leggerezza l'incontro e la sintonia tra due mondi lontanissimi, complici le poesie che risvegliano nel ragazzo la curiosità intellettuale e la scoperta di nuovi/vecchi valori. Giuliano Montaldo, classe 1930, nei panni di Giorgio Gherarducci regala una performance indimenticabile sostenuto dalla fragile spigolosità di Andrea Carpenzano.
Una bella storia di formazione che mi ha anche toccato personalmente per la delicata tematica dell'Alzheimer che negli ultimi due anni purtroppo ha investito anche la mia famiglia.

 ...perché se libero un uomo muore, che cosa importa di morir?




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giovedì 1 giugno 2017

Byrne e Weller: due fuoriclasse

Grande ritorno di Paul Weller, che nonostante l'avvicinarsi dei 60 mostra vitalità e classe da vendere con il suo nuovo lavoro intitolato A Kind Revolution. Un repertorio che spazia fra soul, britpop, R&B fino alla ballata struggente, a conferma della sua ecletticità. Solo in apparenza tutto semplice e prevedibile. Ospiti d'eccezione tra cui anche Robert Wyatt alla tromba.


Uno degli artisti che più mi manca è David Byrne e così ogni tanto mi diverto a ricercare cose inedite. Da guardare, oltre che da ascoltare, la sua strepitosa performance di Zimbra in questo programma che si intitolava Sessions at West 54th presso gli Sony Music Studios in West 54th Street a Manhattan, esattamente vent'anni fa. Roba da matti: da saltare sulla sedia!

giovedì 18 maggio 2017

Black Hole Sun

Oggi la notizia: in un albergo di Detroit è morto anche Chris Cornell. Un buco nero ha ormai risucchiato tutti i front-man del quintetto grunge che nella prima metà degli anni '90, dopo la sbornia di elettronica, mi riportò felicemente sulle strade del rock più puro. 
Cinque voci uniche, pazzesche, di cui resta il solo Eddie Vedder e se fossi in lui una toccatina me la darei. 
Cinque gruppi: Nirvana, Stone Temple Pilots,  Alice in Chains, Soundgarden e Pearl Jam che hanno saputo riscrivere l'ultima grande stagione del rock con il secolo quasi ai titoli di coda. Dischi che ho divorato, in particolar modo: Unplugged dei Nirvana, Purple, Vs e i due E.P. di Alice in Chains. 

Black Hole Sun in una recente versione acustica su CBS.

martedì 9 maggio 2017

Dischi senza tempo

Ci sono gruppi, o meglio dischi, di cui ci si innamora intensamente e poi il tutto si consuma nell'arco di poco tempo e vengono abbandonati, anche per sempre. A me è capitato con Achtung Baby e gli U2 in generale; oppure il processo è avvenuto a fuoco lento, però il risultato finale è stato simile (ad esempio con i Pink Floyd).
Ci sono dischi che col passare degli anni diventano colonne sonore ricorrenti della tua esistenza: a volte ti piacciono fin dal primo ascolto, altre volte partono in sordina per poi conquistarsi un posto speciale; alcuni, invece, li scopri a distanza di anni dalla loro uscita, vuoi per motivi anagrafici, vuoi per una casualità. I nostri archivi musicali sono diventati enormi, ma sta di fatto che per motivi insondabili ci sono album che non ti stancano mai e nell'arco di un anno senti il desiderio di riascoltarli anche più di una volta: in auto, in cuffia mentre cammini, a casa. Sotto alcuni esempi. Con chi vi capita?

Nick Drake - Pink Moon (1972)
Mi rilassa e fa sognare. Con poche pennellate è riuscito a creare undici perle. Un songwriter sopraffino come pochi nella storia della musica.








Lucio Battisti - Anima Latina (1974)
Mi ci sono voluti vent'anni per comprendere a pieno quello che può essere considerato un capolavoro assoluto. 


The Beatles - Revolver (1966)
L'album dei fab four che non mi stancherò mai di riascoltare. Cinquant'anni fa, per primi, hanno scoperchiato tutto il potenziale rivoluzionario della musica pop cambiandone le coordinate.







Talking Heads - Stop Making Sense (1984)
Dal film (alla regia il grande Jonathan Demme) all'album con i Talking Heads nel loro massimo splendore.
Una sintesi esauriente del loro repertorio e una goduria totale grazie all'utilizzo per la prima volta della tecnologia digital audio.






THE THE - Infected (1986)
E pensare che c'è chi ancora sostiene che gli anni '80 siano stati una decade fasulla musicalmente. Basta grattare sotto la plastica e riscoprire artisti dimenticati come Matt Johnson.








Alice in Chains - Jar of Flies (1994)
Struggente, poetico, fuori da ogni catalogazione.


If I can't be my own
I'd feel better dead
Nutshell
Air - Moon Safari (1998)
Uno degli ultimi arrivati e uno dei preferiti quando si tratta di viaggiare dopo il tramonto.

giovedì 4 maggio 2017

Ok Computer 1997-2007

Maggio 1997, vent'anni fa usciva quello che cronologicamente considero l'ultimo capolavoro in musica del secolo scorso. All'epoca la rete era ancora assente dalle nostre esistenze e ricordo una certa frustrazione perché tra amici e conoscenti non trovavo nessuno con cui condividere il mio entusiasmo. Da sempre non sono interessato ai cofanetti anniversary e non comprerò neppure questo, però per omaggiare un album che non mi sono mai stancato di ascoltare (e di suonare) ho il piacere di raccontare in breve la genesi di due canzoni meravigliose.


PARANOID ANDROID
Il titolo
E' un riferimento a Marvin, il robot depresso e paranoico di Guida galattica per gli autostoppisti, romanzo di Douglas Adams da cui è stato tratto l'omonimo film.
La musica
L'idea venne a Thom durante le prove, quando convinse i suoi compagni a comporre una canzone sul modello di Happiness is a warm gun dei Beatles, formata da tre temi musicali ben distinti assemblati con bruschi cambi di ritmo. I Radiohead si misero al lavoro cercando di creare un pezzo con svariati elementi sonori il più possibile diversi tra loro: la scommessa era nel riuscire a cucirli insieme. Nella versione originale il brano durava 8-10 minuti in più che comprendevano anche una lunga coda di organo Hammond. 
Il contenuto
Paranoid Android parla della gente più ottusa del cazzo che vive sulla faccia della Terra. (Thom Yorke)
L'ispirazione per il testo venne a Thom Yorke dopo essere entrato per bere qualcosa in un locale di Los Angeles, dove si era visto circondato da yuppies e gente odiosa (a quanto pare strafatta di coca), compreso il personaggio della "kicking screaming Gucci little pig" (porcellina firmata Gucci scalciante e urlante). Racconta Thom che qualcuno le aveva versato accidentalmente un drink sul vestito e lei si era trasformata in un demonio, con uno sguardo talmente disumano che l'aveva scioccato.

LUCKY

Pochi mesi dopo l'uscita ed il successo inaspettato di The Bends, i Radiohead furono contattati da War Child per inserire una loro canzone nell'album di beneficenza a favore dei bambini bosniaci. Erano ancora una band emergente e nel 1995 facevano da spalla al "Monster Tour" dei R.E.M. (ancora per poco). Su suggerimento di Jonny Greenwood la scelta cadde su un nuovo brano che era stato composto di getto e che era già stato suonato qualche volta dal vivo. L'idea era partita dallo stridio prodotto dallo sfregamento delle corde vicino ai pioli della chitarra da parte di Ed O'Brian durante un soundcheck: è il suono che si sente nell'introduzione e che poi prosegue in sottofondo. Quando uscì OK Computer e il brano fu inserito come penultima traccia, nonostante fosse già uscito come singolo e nella raccolta di War Child quasi due anni prima. Ci angosciava l'idea di lasciarla fuori: pensavamo fosse uno dei nostri pezzi migliori di sempre. (J. Greenwood). 
Lo penso anch'io. Lucky è una di quelle canzoni che non mi stanco mai di ascoltare e di suonare. Nel suo irresistibile incedere tra dolcezza e malinconia blues, ogni volta affiora una sfumatura, un suono o un passaggio che riesce ad emozionarmi. E' grazie a brani come questo che ho iniziato ad amare i Radiohead.

martedì 2 maggio 2017

50 giorni di malessere, Utopia e un mondo troppo affollato

Dai primi di marzo qualcosa si è inceppato e ha smesso di funzionare. Dopo quasi due mesi e diversi chili persi, grazie a una mia intuizione, si è finalmente capito che altri malanni avevano mascherato quello principale: la mononucleosi! Ogni sera la febbre o come se avessi appena corso una maratona.
La voglia e gli stimoli, anche solo per entrare nel blog, prossimi allo zero.

Di recente i primi segnali di ripresa, complice un tour nella splendida Val D'Orcia. Il primo tentativo di riprendere le normali funzioni: camminare in salita e in discesa, bersi una birra o un bicchiere di vino, mangiare...
Venerdì e sabato un incanto, poi domenica e il primo maggio troppa gente in giro. Mi crea disagio e vado subito a cercare posti isolati. Forse sto diventando misantropo o forse la recente visione della serie inglese Utopia mi ha condizionato. Tra fantascienza, thriller e fumetto, una visione che ti spara in faccia colori acidi e complotti planetari. Due stagioni da sei puntate inedite in Italia. Il progetto delle folle menti del network per risolvere in modo definitivo il problema della sovrappopolazione non mi troverebbe poi così ostile. Possibile presto una versione americana firmata HBO; inizialmente era stata affidata a Fincher che però non si è accordato.





lunedì 20 marzo 2017

Rhiannon Giddens - A volte per andare avanti bisogna saper guardare indietro

... alle radici e all'anima della musica



Pochi mesi fa una sera d'inverno, dopo cena si discute di musica fuori dall'osteria e come un fantasma compare e si unisce a noi un vecchio amico, nonché cugino e mentore detto Silver Mask (per via di una storia spassosa che prima o poi racconterò). L'ex chitarrista del mio gruppo suona ancora nella casa di famiglia adibita a sala prove e Silver Mask che abita lì vicino, spesso l'ha sentito e gli chiede:
- Ma che robaccia suoni!?
- Beh, sto sperimentando. Cerco di andare avanti, di fare delle cose nuove.

S.M. scossa la testa e sentenzia:
- Ricordati che a volte per andare avanti bisogna tornare indietro. Il blues, il folk...

Disorientamento nel volto del mio amico chitarrista mentre io (dopo diverse birre medie) me la rido di gusto. Sembra un dialogo da film, ma giuro, l'ho riportato tale e quale.
Poi a distanza di mesi mi imbatto in questo disco di Rhiannon Giddens recensito ottimamente nel blog di Blackswan e ascoltandolo arriva il flash: è la frase che mi torna in mente. Sempre stato un grande Silver Mask: la quasi totale cecità che l'ha accompagnato fin da bambino ha acuito altri sensi oltre che la sua sensibilità. Certa musica da giovanissimo l'ho conosciuta solo a casa sua.
Come ho commentato nel blog di cui sopra: L'ho ascoltato tutto oggi pomeriggio sdraiato sul divano e non credo sia stata solo la febbre a farmi venire i brividi. 
Un disco che parla di temi attuali, con un percorso che si evolve in modo sorprendente, partendo dalle radici musicali con la sensibilità dei nostri tempi. Album del mese su Rootshighway

mercoledì 15 marzo 2017

Superpoteri

Le ossa e la pelle fanno a pugni con la primavera che esplode.
I genitori anziani hanno bisogno di più attenzione risucchiata da un lavoro sempre più kafkiano.
Il futuro incerto dei figli nell'Europa da cartolina degli spot.
Il tempo invischiato dentro una routine di merda che tenta di prendere il sopravvento.
Non so ancora se mi piace, ma di certo "Terra" di Vasco Brondi non aiuta a risollevare il morale.
Sono stato fra gli ultimi a fare il bagno nel fiume del paese prima che diventasse una chiavica. Magari tuffandomi di nuovo potrei diventare come Enzo Ceccotti in Jeeg Robot.

Superpoteri. Almeno un mese all'anno. Ecco che cosa mi servirebbe in questo marzo in un'Italia oscena. Torneranno il cinema, la musica, le letture a risollevare le nostre giornate. Stay tuned.

Dalla mostra "Qui Radio Alice" Bologna 

giovedì 2 marzo 2017

I Don't Feel at Home in This World Anymore

Il Gran Premio della Giuria al Sundance festival 2017 è andato a questo thriller, opera d'esordio di Macon Blair. Siamo nei territori di Blue Ruin (film che ha visto il regista come attore protagonista) con Melanie Lynskey e Elijah Wood a formare un'accoppiata improbabile affamata di giustizia che indaga sul furto subito da lei in casa da parte di una banda di squilibrati con risultati sanguinosi e imprevedibili. Una commedia/thriller grottesca che in 90 minuti fila via liscia, tra situazioni surreali che evocano i fratelli Coen in un'escalation demenziale di violenza. Il fatto che abbia trionfato al festival lascia un attimo perplessi, non per il valore del film che è godibilissimo, ma per la concorrenza che evidentemente non era eccezionale. Vedremo se nei prossimi mesi che cosa uscirà di buono: fra le cose interessanti il nuovo film di Luca Guadagnino, Call me by your name, di cui si è parlato bene. 

Da fine febbraio si può vedere sulla piattaforma Netflix che dopo essere diventato un punto di riferimento per le serie Tv, continua la sua scalata nel cinema. Non c'è che da esserne contenti: più scelta, con un taglio sempre originale che ormai è un marchio di fabbrica.




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domenica 26 febbraio 2017

T2 Trainspotting: la rimpatriata a volte è meglio evitarla


In realtà non mi aspettavo chissà che cosa: difficile passare oltre al peso di un'opera di culto che è entrata nell'immaginario fotografando in maniera sporca e indelebile gli anni '90. Anche stavolta viene rappresentata una sorta di decadenza forzata in un Edimburgo che però appare soleggiata (con le hostess finto scozzesi che distribuiscono depliant all'uscita dell'aeroporto) lontana da quella livida narrata vent'anni fa. La scelta di fondo non è di per sé negativa; purtroppo ad apparire distanti sono l'ispirazione e soprattutto l'aderenza alla realtà di personaggi che ci si è sforzati di immaginare in età matura con il rischio della caduta nel macchiettistico, sempre dietro l'angolo. Non mancano il sarcasmo tagliente delle origini più un paio di sequenze cult e anche per questo una visione se la merita.
Straordinario come sempre il talento stilistico di Danny Boyle: una cornice estetica notevole che però riesce con fatica a colmare la mancanza di soluzioni convincenti nella trama e nelle situazioni: ad esempio Franco/Robert Carlyle che evade di galera e se ne sta tranquillo a casa con moglie e figlio. 
La colonna sonora svolge un ottimo lavoro, sia nei brani nuovi, sia nel lavoro di raccordo con il primo film attraverso il recupero dei pezzi storici portanti (Lust for Life stavolta nella versione dei Prodigy). 
Alla fine, tra il malinconico e il divertito, si vuole bene a tutti e quattro i personaggi, come a quei vecchi amici ormai distanti che non frequentiamo più perché le scelte di vita ci hanno allontanato e di cui non sentiamo la mancanza. La rimpatriata sarebbe meglio evitarla, specie quando non c'è un granché da raccontarsi, poi alla fine si fa lo stesso; un po' come il film, che non è così indegno come si è anche letto in giro, ma semplicemente non aggiunge niente e racconta troppo poco dei nostri tempi. Peccato!




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mercoledì 22 febbraio 2017

Ciofeche e must see al cinema

Il 2017 al cinema è iniziato alla grande. Per me solo in questi primi due mesi, la qualità di ciò che si è visto ha già superato l'anno scorso. Tre film del livello di La La Land, Arrival e Manchester by the sea io non me li ricordo. L'unico forse Frantz di François Ozon.
A fianco di opere che ti fanno riconciliare con la settima arte, qualche volta ci facciamo ahimé tentare da quelle che il buon Lucio definiva innocenti (in questo caso indecenti) evasioni... Ed ecco che ieri sera, per riequilibrare la bilancia, ci siamo fatti intortare dal penoso e confuso Assassin's Creed, mentre qualche giorno fa da una commedia uscita a fine 2016 che si pensava innocua (e magari in grado di strappare qualche sorriso) intitolata Masterminds - I geni della truffa: una schifezza micidiale con Owen Wilson e Zach Galifianakis al minimo storico.
Un'altra cagata annunciata è molto probabile che sia Beata Ignoranza, ma questa ce la risparmieremo: lo sguardo tra l'imbarazzato e l'ironico di Giallini di fronte a un Fabio Fazio come al solito servilmente entusiasta, era tutto un programma. 
Questo weekend si punta su Jackie di Pablo Larraín di cui, a parte Neruda, ho visto tutti i film e T2.

domenica 19 febbraio 2017

Manchester by the sea


Lee Chandler è un tuttofare che vive alla periferia di Boston: scorbutico e scontroso, ma sempre efficiente sul lavoro. Un improvviso lutto familiare lo costringe a tornare nel Massachusetts, nella fredda cittadina di mare dove è cresciuto in modo scapestrato.

Struttura narrativa esemplare, dove tutto si svela (dolore compreso) con ritmo calcolato secondo le dinamiche interiori di uno straordinario Casey Affleck, perfetto nel ruolo dell'anti-eroe.
Kenneth Lonergan (regista che non conoscevo) si dimostra onesto fino in fondo: storie sulla perdita come questa non possono approdare a un lieto fine, ma solo raccontare in modo autentico la vita che scorre e va avanti, nonostante tutto. Chi ha scritto o stampato sulla locandina capolavoro comunque ha un po' esagerato: si tratta di un ottimo film, anche per la capacità di alternare il registro drammatico con quello più leggero, grazie alla presenza del nipote sedicenne affamato di vita. In ogni caso un racconto convenzionale col difetto (l'unico) di una colonna sonora a tratti invadente nel suo essere ostentatamente melodrammatica. La corsa con La La Land, dal mio punto di vista è persa, ma non per questo vanno sminuite le qualità di Manchester by the sea che resta un film da podio tra quelli finora usciti nel 2017.




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giovedì 16 febbraio 2017

Julie's Haircut in un'altra dimensione

Ipnotici, circolari, psichedelici e soprattutto curiosi di spaziare ed esplorare, senza ansie da prestazione o singoli da lanciare. In Italia pochi hanno il coraggio di spingersi così avanti. Pur partendo da presupposti molto diversi, uno spirito (che non so bene come) sento vicino a quel flusso creativo di libertà musicale che mi ha fatto amare un collettivo di culto come i Gong (la band a cui si deve il titolo di questo blog). 
Il rock del levare, come ho letto in una felice definizione. «Non scriviamo più le canzoni, le troviamo nei suoni e le rifiniamo» Un metodo molto simile a quello che veniva utilizzato da Damo Suzuki dei Can, che non a caso ha collaborato più volte con Jiulie's Haircut.
Più che di canzoni si può parlare di visioni che partendo da una trama elementare si evolvono in vere e proprie session, impreziosite dall'apporto non convenzionale del sax della bolognese Laura Agnusdei. In questi anni di assuefazione alle solite hit radiofoniche che vengono propinate in ogni dove, di talent fast food e finti indie italiani precotti, un'oasi di resistenza che intende ancora la musica come ricerca dove rifugiarsi (non dico tutti i giorni) quando i rumori di fondo diventano insopportabili.
Da una settimana sulla teiera volante, la band emiliana accompagna i momenti di relax. Pubblicato per l'etichetta inglese Rocket Recordings, è in uscita il settimo album Invocation and Ritual Dance of My Demon Twin qui in streaming integrale.
L'intervista nel blog dell'Alligatore. 

lunedì 13 febbraio 2017

A day in the life

Cinquant'anni fa, tra gennaio e febbraio del 1967 negli studi di Abbey Road, i Beatles composero il capolavoro che chiude Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band.
Nell'arco degli anni ci sono state diverse canzoni dei Fab Four che ho amato, ma questa è quella che sceglierei definitivamente. C'è la melodia senza un vero ritornello, la sperimentazione, un testo enigmatico e per la prima volta un'orchestra di 41 elementi. Fu Paul a insistere con George Martin per inserire la parte orchestrale nonostante le resistenze della Emi. La mia immaginazione si era infiammata: un'orchestra sinfonica!  Capii subito che il risultato sarebbe stato magnifico. 

Il quinto Beatles si mise al lavoro e scrisse una partitura che consegnò ai musicisti con una raccomandazione, come racconta lo stesso Martin nel suo libro L'estate di Sgt. Pepper:
Voglio che ognuno vada per conto proprio e ignori tutto ciò che gli succede accanto; badate soltanto al vostro suono. Risero: metà di loro pensò che eravamo completamente pazzi e l'altra metà che la situazione era uno spasso.
La registrazione fu un vero e proprio happening con la presenza in studio di amici e musicisti come Mick Jagger, Marianne Faithfull, Brian Jones e Graham Nash. 
Il risultato fu questa meraviglia, con un finale che (come il brano) è entrato nella storia della musica per il potentissimo accordo in Mi maggiore eseguito su tre pianoforti che spezza il crescendo infernale dell'orchestra.
Una sola canzone dei Beatles da portare in un'altra vita: quale scegliereste?

sabato 11 febbraio 2017

Smetto quando voglio - Masterclass

Secondo episodio di quella che è diventata una trilogia. Nei primi venti minuti ho temuto il peggio: la sensazione era che si tendesse a campare di rendita; in più gli innesti dei nuovi personaggi, Greta Scarano a parte, non hanno del tutto convinto. Alla fine si apprezza perché tutto sommato l'impianto regge (seppur con qualche piccolo scricchiolio) regalando due ore di sano intrattenimento/divertimento, con l'aggiunta di qualche gag irresistibile. Una via di mezzo tra commedia e film d'azione che per lo standard medio italiano è più che meritevole. Merito a Sydney Sibilia (com'è successo anche a Gabriele Mainetti con Jeeg Robot) per aver creato qualcosa che prima non c'era.



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mercoledì 8 febbraio 2017

Tinariwen - Elwan: c'era una volta il desert blues

C'era una volta il Festival au Desert, un evento che dava vita a progetti meravigliosi come Dirtmusic, con la musica a fare da ponte tra due mondi che purtroppo hanno smarrito la via del dialogo. Dopo quello che è successo negli ultimi anni, ascoltare quello che fu felicemente battezzato desert blues, crea un effetto straniante.
I Tinariwen però resistono: il blues ce l'hanno nel dna come i Touareg che ho conosciuto e con cui ho avuto la fortuna di suonare. Dopo domani uscirà il secondo album dal loro esilio in California, dove ormai sono stati adottati con lo scoppio della guerra civile in Mali. Stavolta hanno collaborato Kurt Vile, Mark Lanegan e altri. Elwan (Elefanti) è il titolo del disco.

domenica 5 febbraio 2017

Le emozioni e le citazioni di La La Land

L'ha intuito perfino la mia sconosciuta vicina di sedia. Ha passato quasi tutto il primo tempo a smanettare con il cellulare e durante la pausa ha ammesso candidamente con le amiche: Ne ho visto poco, però ho capito che mi piace. E dire che io e la copilota avevamo aspettato una settimana per evitare la ressa al cinema.

Dopo le dettagliate disquisizioni su cosa sia oggi il jazz; se si tratta o no di un musical con tutti i crismi e via dicendo, cosa aggiungere ancora su un film del quale si è letto e detto di tutto e di più? Pochissimo, se non che Damien Chazelle è un fuoriclasse: è giovanissimo e chissà cosa ci regalerà in futuro. Ieri ci siamo lasciati emozionare e trasportare come i due protagonisti, quando volano senza gravità nella scena dell'osservatorio. Per chi ancora non l'avesse visto: approcciatevi senza troppi filtri; non per sospendere il giudizio, ma per goderne a pieno. Io avrei già voglia di rivederlo e risentire quel giro di piano che entra sotto pelle. E il finale struggente? Indimenticabile!
Nel video in due minuti le citazioni che attraversano la storia del cinema che un utente di Vimeo si è divertito a scovare.

voto


giovedì 2 febbraio 2017

Hell or High Water

Qualunque cosa accada oppure A tutti i costi è un film d'altri tempi (inteso positivamente).
Film di rapine e di fuga con Jeff Bridges ancora una volta in un'interpretazione memorabile a supporto di due convincenti protagonisti: Chris Pine e Ben Foster. Storia di sopravvivenza di due fratelli che decidono di sanare i loro debiti a suon di rapine tra le soffocanti praterie del Texas più rurale.
David Mackenzie racconta una frontiera sempre più desolata, dove le banche approfittano della crisi razziando i terreni di agricoltori e allevatori. Una commistione felicemente riuscita tra western moderno, road movie e Buddy film. Il livello è alto. Il tutto impreziosito dalla colonna sonora di Nick Cave e Warren Ellis. Tanto per cambiare, un altro ottimo film senza distribuzione in Italia, nonostante la candidatura all'Oscar. Per ora solo su Netflix.





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lunedì 30 gennaio 2017

The Founder

La comodità di un cinema praticamente sotto casa, insieme alla pigrizia ci hanno condotto ad una visione sostanzialmente inutile oltre che pedante. Non che la bellezza di un film si valuti in base alla sua utilità, ma sta di fatto che eravamo in quattro e alla fine del primo tempo ci siamo detti scherzando: che ce ne impipa di come è nato McDonald's? Forse un bel documentario sarebbe stato più stimolante che sorbirsi questo biopic con un Michael Keaton irritante con le sue pose innaturali e i suoi ammiccamenti. La regia di John Lee Hancock è insipida: una cronistoria minuziosa nella prima ora, mentre la seconda parte, quando si entra nel vivo dell'espansione, è più coinvolgente. Non sono vegetariano, ma in tutta la vita sarò entrato 3-4 volte da McDonald's perché mi disgusta l'odore che ti investe. Se è per questo non apprezzo particolarmente neanche facebook e non sono un fanatico del mocio, però ho trovato The Social Network geniale e innovativo e Joy un buon film. Questo è trascurabile.




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domenica 22 gennaio 2017

La fantascienza umanistica di Arrival

12 astronavi arrivano sulla Terra in 12 diversi punti. Non rilasciano impronte di nessun tipo; nè radiazioni, né gas...

Sembra un deja vu, ma siamo nella fantascienza umanistica o se preferite filosofica.
Senza ricorrere ad inutili buonismi, Villeneuve riesce a schivare tutte le trappole insite del genere invasione aliena e ad inventarsi qualcosa di originale. Due ore che fanno pensare ed emozionare, dove la comunicazione tra specie diverse e la percezione del tempo sono i temi affascinanti proposti. Un approccio intelligente che lascia ben sperare per Blade Runner 2049.


voto




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venerdì 20 gennaio 2017

Arcade Fire, Sohn, The XX e Baustelle: in musica le cose migliori di questo inizio d'anno

A distanza di quattro anni tornano a farsi sentire gli Arcade Fire con un pezzo trascinante, accompagnati dalla mitica voce soul di Mavis Staples. Speriamo arrivi presto il nuovo album.



Il musicista e producer inglese Cristopher Taylor, meglio noto come Sohn, è uscito con un signor disco intitolato Rennen: un connubio eccellente di elettronica e songwriting. Qui sotto un gustoso assaggio dal vivo.



Atteso ritorno anche quello dei Baustelle. A seconda delle canzoni, non hanno perso la capacità di provocarmi sensazioni contrastanti: dal divertimento intelligente alla rottura di palle per i soliti scivoloni plateali. Partenza ispirata e spumeggiante con il dittico che accosta in modo blasfemo Il Vangelo di Giovanni e Amanda Lear, poi troppa carne al fuoco in un diluvio citazionista.

Si rivedono anche gli XX che proseguono sulla strada di un intimismo minimale, però in una dimensione più pop moderna e raffinata che li distingue nettamente dalla massa. Tutto gradevole, però continuo a preferirli nel loro album d'esordio del 2009.
Qui live al Jimmy Fallon.

mercoledì 18 gennaio 2017

Concerti indimenticabili - David Bowie, Modena 1990




Sound+Vision Tour
Bowie all'epoca scioccò tutti dichiarando che in futuro non avrebbe più reinterpretato i suoi vecchi brani più famosi.
Indimenticabile malgrado l'improvviso calo di voce del duca bianco.
Per dare l'idea, l'inizio fu questo.

domenica 15 gennaio 2017

Per scaldarsi in queste inclementi giornate di gennaio

Lost and Found
Beth Gibbons & Rustin Man - Out Of Season


Sono appena usciti tre album che aspettavo: XX, Sohn e Baustelle, ma non ho fretta di tuffarmi in nuovi ascolti. Da quel pozzo senza fondo che è diventato la mia memoria esterna è riapparsa questa meraviglia, archiviata tempo fa forse proprio per scaldarmi in queste inclementi giornate di gennaio.
Se Tom The Model non vi procura neanche un minimo sussulto, l'aridità vi sta prosciugando. Winter is coming.


Il titolo dice tutto: il disco uscito dalla voce di Beth Gibbons, cantante dei Portishead, e dalle mani di Paul Webb, ex Talk Talk e compagno di lei nella vita, è fuori stagione. Che non vuol dire fuori moda, perché una moda, qui, non è neppure concepita. Significa, semplicemente, fuori dal tempo. Pubblicato nel 2002, questo album potrebbe appartenere a qualsiasi epoca, persino agli anni Venti o Trenta (basti ascoltare le sonorità retrò di “Tom The Model”). E tale prerogativa, si capisce, è propria soltanto di pochissimi eletti dischi: i migliori.  storiadellamusica

È un album emozionante, questo "Out Of Season". Emozionante perché la voce di Beth Gibbons spazia tra amori, desideri, gioia di vivere, fragilità con una capacità che sicuramente non è inferiore a quella che già conoscevamo, ed anzi forse la cantante di Bristol qui raggiunge vette tali da farci chiedere se sia giusto che simili delizie ci debbano essere donate così di rado, o se forse è giusto e inevitabile così.  ondarock

venerdì 13 gennaio 2017

Il no di David Byrne al lauto affare di una reunion

Rock and Roll Hall of Fame in 2002
Così David Byrne di recente:
Una reunion dei Talking Heads, potrebbe essere un successo incredibile per una generazione o forse molte più generazioni […]
Mi farebbe fare un sacco di soldi e attirerebbe tanta attenzione su di me, ma farei un passo indietro […] Perciò mi sento come se dovessi sacrificare qualcosa, non mi interessano la fama e i soldi, voglio fare qualcosa di più, alla fine non si può avere tutto.



Peccato, perché io ad un eventuale concerto sarei andato (anzi tornato) di corsa e in prima fila. Comunque onore alla coerenza; uno dei rari casi di resistenza al fascino dei soldi e della fama. Diciamolo, scelta che in pochissimi si sono permessi di fare. Su questo fronte prima o poi quasi tutti hanno ceduto. A quanto pare non accadrà con i Talking Heads, ormai separati dal 1991. Una delle band più influenti nella storia della musica; nel tempo sono rimasti immutati il mio entusiasmo e la mia venerazione per ciò che hanno creato. 
Qui sotto un live d'annata dal programma The Old Grey Whistle Test, in onda dal 1971 al 1988 su BBC 2.

S is for Stanley

Una sera di dicembre del 1970 su Londra infuria una tempesta di neve ed Emilio D'Alessandro, che lavora come autista per una piccola società, viene chiamato per una consegna urgente. Viste le condizioni meteo si sono tutti rifiutati. Quando arriva al magazzino gli viene consegnata l'enorme scultura di un fallo con la destinazione Hawk Films. Stanno per iniziare una collaborazione ed una grande amicizia che sarebbero durate trent'anni. Il giorno dopo Emilio viene convocato agli studi dove stanno girando Arancia Meccanica. Una segretaria gli chiede se sa per chi ha lavorato: Kubrick lo vuole incontrare per chiedergli se vuole diventare il suo autista. Emilio era emigrato nel 1960 per sfuggire alla leva e dopo svariati lavori si è fatto una vita a Londra; una grande passione per le corse e le auto. Da quel giorno la sua vita cambia radicalmente, perché non si limiterà a fare l'autista, ma diventerà l'assistente e il tuttofare di uno dei più grandi registi di tutti i tempi

Il racconto dell'uomo, oggi 75enne, è fluente e ricco di aneddoti, come quando conosce Jack Nicholson e Kubrick domanda se gli piace; lui risponde: - è ok, sì, ma perché non prendi Charles Bronson? In realtà lo detesta, perché come racconta senza peli sulla lingua, Jack Nicholson sniffava in continuazione e fermava le donne per strada mentre erano in auto.
Alex Infascelli, regista di questo prezioso documentario, lascia quasi sempre a lui la parola con pochi interventi fuori campo. Emerge la quotidianità del rapporto tra i due che diventa sempre più intimo; la precisione e la meticolosità di Emilio, sono di certo le doti che avevano conquistato Stanley Kubrick, noto per il suo perfezionismo. Sicuramente anche la sua pazienza e la disponibilità totale, visto che a un certo punto viene installata a casa sua una linea telefonica dedicata solo al regista, nonostante le proteste della moglie. 

Oltre ai documenti e alle foto mai viste, è incredibile il numero biglietti, scritti a mano o a macchina, firmati sempre S, lasciati dal regista al suo collaboratore fidato con svariate richieste: da quelle ordinarie a quelle più assurde, come quando gli chiede di trovare un quantitativo impossibile di candele per coprire il lunghissimo periodo delle riprese di Barry Lyndon. La narrazione diventa commovente quando Emilio racconta del loro addio, per poi ritrovarsi qualche anno dopo l'ultima volta per le riprese di Eyes Wide Shut, dove il regista omaggia l'amico con un cameo. 
Dopo la morte del regista Emilio, torna definitivamente a Cassino dove finalmente si decide a vedere tutti i film del maestro. All'epoca non aveva tempo e li trovava troppo lunghi. Solo a quel punto si rende pienamente conto della genialità di un uomo con cui ha avuto un rapporto privilegiato.

Premiato col David di Donatello, questo di Alex Infascelli è gran bel documentario con le musiche originali di John Cummings (ex chitarrista dei Mogwai). Da non perdere. Purtroppo ha avuto una presenza lampo al cinema come evento speciale a fine maggio 2016. I meriti a Sky Arte per averlo trasmesso qualche sera fa. Un tassello importante per approfondire la personalità di un genio: il regista fra tutti quelli che ci hanno lasciato di cui sento veramente la mancanza. Quando usciva un suo film, anche dopo attese di anni, è stato sempre un momento indelebile. Come una cerimonia che portava ad un appagamento per gli occhi e per la mente. Peccato aver potuto vivere solo tre volte queste emozioni. Pochissimi altri al cinema sono mai più riusciti a trasmettermi qualcosa di simile.

Ha voluto portarci in posti che non avremmo mai immaginato, così li ha immaginati lui per noi. Spielberg

voto

Kubrick con Emilio D'Alessandro


Alex Infascelli con Emilio D'Alessandro




giovedì 12 gennaio 2017

Buon viaggio G

Non ci vedevamo quasi più. L'ultima volta l'ho incontrato in aprile alla reunion del mio gruppo. Sembrava in gran forma; era sempre lui: spaccone e simpatico.
Se n'è andato pochi giorni fa.
Il nome di questo blog si deve in buona parte a lui, oltre che ovviamente alla nostra band più amata. Abbiamo viaggiato insieme sulle teiere volanti immaginando l'anarchia e una rotta per ogni tipo di libertà.
La luce si fa più forte
E tutti i nostri occhi guardano laggiù
Per vedere cosa sta succedendo
Ma è tutto a posto
Presto sarai fuori vista
E navigherai verso il sole

I Never Glid Before - Gong

martedì 10 gennaio 2017

Paterson - una pagina non scritta è sempre un buon inizio






















Raccontava De André in un'intervista:
Benedetto Croce diceva che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quest'età in poi, ci sono due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. Allora, io mi sono rifugiato prudentemente nella canzone che, in quanto forma d'arte mista, mi consente scappatoie non indifferenti, là dove manca l'esuberanza creativa.


Paterson (Adam Driver) fa l'autista di autobus nell'omonima città del New Jersey e nei momenti liberi scrive poesie sul suo taccuino: una sorta di ribellione silenziosa alla frenesia quotidiana.
Le poesie di Paterson non sembrano un granché, però è tutt'altro che un cretino e risulta anche simpatico con il suo candore, ma anche il coraggio e la dignità. La sua compagna, al contrario, l'ho trovata irritante. Dopo una settimana di convivenza, io sarei fuggito.

La realtà diminuita, come qualcuno l'ha definita.
Ok, la poetica del quotidiano; mi sta bene il non essere proni alla tecnologia, togliere le cuffiette e ritornare ad ascoltare le persone (cosa a cui non ho mai rinunciato), ma ciò che in realtà emerge veramente su tutto sono i (pochi) dialoghi: quelli tipici di Jarmush. Sono loro per fortuna a ravvivare la routine abbastanza noiosa illustrata in questa sua ultima storia, racchiusa nell'arco di una settimana, fino al sublime incontro finale del protagonista con un turista giapponese, che mi fa propendere per una sufficienza piena, anche se il minimalismo del regista qui diventa radicale e al limite del manieristico. I suoi film più belli sono lontani in altri pianeti. E' stata comunque una discreta alternativa alla solita epidemia di boiate natalizie.




LEGENDA VOTI

@ una cagata pazzesca
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mercoledì 4 gennaio 2017

Quarant'anni fa un titolo profetico: Disoccupate le strade dai sogni

















Dopo il successo di Ho visto anche degli zingari felici e lo sdoganamento verso un pubblico più ampio, nel 1977 Claudio Lolli se ne uscì con album cupo e spigoloso, figlio della repressione delle rivolte che ebbero l'epicentro nella grassa e dotta Bologna del Pci di Zangheri. Ribellione che segnò anche la fine delle illusioni all'alba del 13 marzo, quando una colonna di carri armati sfilò nelle strade del centro. Trent'anni dopo, in un'intervista, l'ex sindaco ammise: di quei giovani non è che avessimo capito un granché. Io che a Bologna c'ero (anche se all'epoca ero solo uno sbarbatello che ci andava di nascosto dai genitori) non posso che confermare. Un vizietto che ancora oggi la sinistra italiana - se così vogliamo chiamare il PD - non ha ancora perso. 

Ed il potere
nella sua immensa intelligenza
nella sua complessità.
Non mi ha mai commosso
con la sua solitudine
non l'ho mai salutato come tale.
Però ho raccolto la sfida,
con molta eleganza e molta sicurezza,
da quando ho chiamato prigione la sua felicità.


Incubo numero zero
Disoccupate le strade dai sogni,
per contenerli in un modo migliore,
possiamo fornirvi fotocopie d'assegno,
un portamonete, un falso diploma, una ventiquattrore...




Di Bologna, dopo 40 anni, che dire... Forse le sue strade non fanno più sognare i giovani, ma io la amo ancora: da Piazza Maggiore ai suoi 40 chilometri di portici; i pochi anni trascorsi lì, sono una parte fondamentale di quello che sono diventato. 
Purtroppo ormai per immaginare un futuro, se non più a cambiare la società, tanti ragazzi (anche non più ragazzi) prendono la via dell'estero: in fuga dall'incubo dei voucher, dai mediocri politici di turno e da un paese dove la ricchezza delle famiglie over 65 è sette volte superiore rispetto a quelle under 30. La prima generazione del dopo-guerra che ha visto arretrare, quasi di colpo, i propri diritti e privilegi. 
Allora mi viene in mente una scritta sul muro. Forse è una storia già vista, chissà... o forse riuscire a fuggire è già una piccola rivolta.